Il linguaggio come azione. Atti linguistici e qualità dell’esperienza.

Il linguaggio come azione. Atti linguistici e qualità dell’esperienza.

Lunedì 15 febbraio Mafe De Baggis ci ha guidato in un viaggio di scoperta delle parole e del loro uso creativo e di come parole e azioni hanno e danno il potere di cambiare le cose in meglio, se usate bene, creando e non distruggendo, unendo e non dividendo. 

Questo post è scritto da Tatiana Cazzaro, socia e volontaria di Architecta.

Mafe De Baggis lavora per liberare le energie delle aziende e delle persone usando le storie per mettere ordine nel loro modo di comunicare, di raccontarsi, di entrare in relazione con gli altri. Mafe si definisce (digital) media strategist, ma anche, e ancora, una copywriter, perché arriva dal mondo pubblicitario. 

Claudia Busetto, la nuova presidente di Architecta, ha fatto gli onori di casa per presentare l’ospite della serata. Serata che comincia così: 

«Il linguaggio crea mondi che non esistono prima di essere evocati: questo può aumentare la qualità dell’esperienza o ingannare e creare ansia, paura e disagio, soprattutto sfruttando bias logici, priming e framing. Impariamo a usare la Forza senza cedere ai dark pattern usando parole, connotazioni e contesti nel modo più efficace possibile.»

Il magico potere delle parole

Le parole sono importanti e bisogna prendersene cura. Le parole evocano mondi, costruttivi ma anche pericolosi, manipolativi. Quello che Mafe De Baggis ci invita a fare è usare la Forza, quella di Star Wars: il lato sano delle parole, senza cedere al lato oscuro, quello dei dark pattern.

Per sviluppare il suo discorso, Mafe parte da lontano, riprendendo il passo della Genesi dove Dio crea il mondo e dà il potere all’uomo di nominare ogni essere vivente, passando per la cultura indiana, dove non c’è un dio che crea, ma è la parola stessa a dare e creare la vita e la molteplicità delle forme fisiche. Non a caso, le posizioni yoga vengono nominate in sanscrito: perché è il suono delle parole a rendere vere le cose e a far succedere le esperienze. Pensate alla forza e alla potenza dell’Om nel creare mondi, per esempio.

«La parola (VAC) è una divinità che preesiste all’universo stesso: la creazione ha ordine quando la parola concentrata esplode e si manifesta in suoni che, combinandosi tra loro, danno vita alla molteplicità delle forme fisiche». 

Ernesto Iannone, AYURVEDA, la medicina dell’armonia tra l’uomo e l’universo

Dallo yoga al fantasy, per parlare della saga di Terramare di Ursula K. Le Guin o di Arrival di Ted Chiang da cui nasce il film Arrival. In Terramare il proprio nome non deve mai essere rivelato perché se un mago lo scopre potrebbe far succedere qualcosa. In Arrival di Ted Chiang «gli eptapodi sapevano già cosa sarebbe stato detto in una conversazione, ma perché il loro sapere si trasformasse in realtà, la conversazione doveva innanzitutto avere luogo», parlano creando il futuro.

Sapere cosa succede delle nostre vite quando sappiamo già che cosa avverrà può sembrare lontano e paradossale, salvo leggere L’ordine del tempo di Carlo Rovelli, in cui si scopre che la nostra concezione del tempo è una banalizzazione e una semplificazione molto simile a quella dei terrapiattisti.

Che cosa sono gli atti linguistici?

«Uno dei segreti ancora meglio custoditi della comunicazione: la funzione performativa, diversa dalla constativa. L’enunciato performativo è un enunciato che sembra descrivere qualcosa, ma in realtà non lo descrive bensì serve a eseguire un’azione. Per qualcuno tutta la lingua funziona così», lo ha detto Laurent Binet nel suo libro La settima funzione del linguaggio.

Che cosa sono gli atti linguistici e perché sono così importanti? La teoria è semplice: c’è una frase che viene proferita (locuzione), che ha un obiettivo e un’intenzione (illocuzione) e che genera un effetto sull’interlocutore (perlocuzione). Se tu sai qualcosa, se vuoi far avvenire qualcosa e perché questa cosa avvenga devi dirla, sennò non avviene.

Per Austin – la teoria è sua – esistono solo enunciati performativi, quelli dove dire è fare. Anche nel linguaggio corrente ci sono proverbi e modi di dire che confermano questa teoria: la parola non torna indietro. Una volta che l’hai detta non puoi più sdirla, dice Mafe. Occorre fare molta attenzione a quello che si dice.

Condizioni di felicità

Nella teoria dell’azione comunicativa, Austin sottolinea la differenza rispetto agli enunciati, distinguendo quelli assertivi/constativi, con i quali si dice qualcosa da quelli performativi, che hanno al loro interno un verbo performativo, con i quali si fa quello che si dice e si dice quello che si fa, per distinguere felicità da infelicità e verità da falsità.

Se leggiamo una fake news che ci dice che il vino rosso fa dimagrire, pur sapendo che è non è vero, ce ne disinteressiamo perché la sua performatività è troppo bella – ci vogliamo credere – quindi subiamo un atto felice. Questo è valido anche per molti pattern della comunicazione: sappiamo che 9.99 euro sono 10 euro, o che «sono rimasti solo 2 posti» o «altre 50 persone stanno guardando questo articolo» sono solo pungoli, ma è bello crederci e ci caschiamo volontariamente.

Ci sono poi atti linguistici evidenti, come: 

  • vi dichiaro marito e moglie (dichiarativo)
  • Vattene! (direttivo)
  • io credo in te (assertivo/rappresentativo)

O tutti i bottoni che ci fanno compiere un’azione, come like, share, acquista, aggiungi al carrello. Senza dimenticare quelle volte in cui non reagiamo e compiamo delle omissioni digitali: come non rispondere a un commento o a una mail. 

Tutte le volte in cui non agiamo, stiamo rendendo infelice l’enunciato performativo di qualcunǝ e, allo stesso tempo, stiamo anche noi enunciando qualcosa, come non mi interessa, non voglio rispondere, ti sto ignorando. Non si può non comunicare come ci ha insegnato bene Paul Watzlawick, e anche i silenzi e le omissioni sono azioni (performative) e dicono all’altrǝ qualcosa.

Le parole per dirlo: la tradizione inventata

Per creare un atto linguistico non serve un enunciato, basta trovare la parola giusta, anche tre, ma non di più, dice Mafe. La parola giusta fa Clac!, e tutto si dipana, l’ordine arriva. È quello che Hobsbawm chiama tradizione inventata.

«Per tradizione inventata si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato».

H. J. Hobsbawm e T. Ranger

Per esempio, la tradizione inventata di certi soggetti conservatori che vogliono convincerci che «abbiamo sempre fatto così» sia giusto. Dove quel sempre è fatto risalire a una tradizione, inventata. Certe pratiche, proposte come molto antiche e solide in realtà perpetuano un comportamento basato solo sulla conservazione dello status quo.

A proposito di cose inventate, Mafe cita l’esempio della parola “infante”, che significa «chi non in grado di parlare», che ha portato a trasformare infanzia in una di quelle parole che racconta qualcosa che va oltre il non saper parlare dei bambini. Il mondo dell’infanzia ha creato un mercato, una genitorialità, un modo di prendersi cura dei bambini che è lontano dal semplice “non essere ancora in grado di parlare”. Altre parole che sono un atto linguistico sono per esempio incel, cringe.

Priming e framing

Per introdurci il concetto di framing, Mafe cita il documentario The social dilemma. Perché proprio la parola a Dilemma ci mette davanti a sole due possibilità: dentro e fuori. È una dicotomia che genera framing, una riduzione della realtà che invece avrebbe un’infinità di sfumature. Riducendo la realtà ci priviamo di qualcosa: chi mette in atto il framing sta usando la settima funzione del linguaggio, quella performativa, condizionandoci.

Il priming invece è un effetto psicologico che, dato uno stimolo, influenza la risposta a stimoli successivi. Per esempio, la ripetizione di una certa parola (o di un numero) aumenta le possibilità che quella parola o numero diventi la risposta a una domanda, anche se non è la risposta corretta. Il «non correre che cadi» è un esempio di condizionamento che porta poi a quella conseguenza. In psicoterapia è chiamata profezia che si autoavvera.

Trovare le parole giuste

Perché è così difficile trovare parole giuste da dire per essere costruttivi, evolutivi e positivi? Perché «è difficile dire cose che gli altri non sono pronti ad ascoltare, cose che non sono già state ripetute un centinaio di volte» spiega Lakoff. Per dire un principio complesso, bisogna almeno aver ripetuto il concetto decine di volte.

Uscire dalle proprie nicchie e aprirsi a mondi diversi crea un mondo migliore, trovando le parole giuste per dirlo.

«È straniante constatare come l’uso dell’indicativo, l’uso di scelte lessicali incisive, l’esclusione di dubbi, un certo margine di indignazione, toni scandalizzati emotivamente carichi siano emotivamente più attraenti, rassicuranti di modalità dubbiose, possibiliste, che tengano in contro probabilità diverse.

Bei Zauberei 

Per comunicare in modo efficace con la funzione performativa del linguaggio, ahimè, dobbiamo ridurre e a volte anche eliminare il dubbio, ecco il perché dell’uso dell’indicativo. Comunicare in modo diretto però è anche un farsi violenza, soprattutto se siamo persone aperte alla possibilità. Ma diventa necessario: raramente l’uso del condizionale viene visto come apertura e condivisione. Il condizionale viene percepito come insicurezza.

Cose che possiamo fare

Possiamo usare il potere dei verbi modali per cambiare le cose, usare posso invece di devo cambia completamente lo scenario: «Puoi farlo è molto diverso da dire devi farlo»

«Come cambia il modo in cui percepiamo un qualsiasi compito, se ci pensiamo in termini di posso, oppure di voglio, oppure di so… oppure di devo (per esempio): inventare una storia, risolvere un problema, sfidare un pregiudizio, scoprire una verità»

Annamaria Testa, Il coltellino svizzero

Agire, non reagire, non rispondere, un esempio di azione è quello che Luisa Carrada ci suggerisce nel suo Guida di Stile, quando dice che non è vero che non si può usare un linguaggio inclusivo per farsi capire, che è solo più difficile!

I contenuti anticorpo, cioè fare divulgazione positiva, non smontare contenuti altrui, ma produrre contenuti che facciano da anticorpo alle fake news, alla violenza. Il concetto di contenuti anticorpo è di Alberto Puliafito.

Dobbiamo liberare il futuro: usare il linguaggio per mostrare le possibilità di scelta, gli scenari possibili, non dilemmi, non dentro o fuori, dando potere delle parole buone.

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