La ricerca di lavoro: progettare e innovare la propria employability

Se cercare un lavoro non significa più predisporre un curriculum e aspettare, come costruire la nostra proposizione personale di valore?

È possibile guardare alla ricerca di nuove opportunità come a un progetto? Sì, costruendo la propria identità professionale e delineando con consapevolezza una proposizione personale di valore.

La classica equazione cercare lavoro uguale predisporre un buon curriculum e aspettare un colloquio non esiste più da molto tempo.

Forse per qualcuno è ancora così, ma l’invito alla riflessione di oggi è quello di guardare alla ricerca di nuove opportunità come a un progetto.

Si legge spesso di candidate experience ed employee experience per identificare:

  • il percorso di senso di potenziali candidati per entrare in una data organizzazione, non solo sul piano occupazionale ma a ogni livello di contatto — o touchpoint — con un dato brand
  • quello che succederà alla persona che diventerà dipendente dell’azienda.

Ma qual è il sistema di senso che narra l’experience di chi, il lavoro, lo sta cercando?

La letteratura si spreca: guide mirabolanti — alcune anche molto utili -, manuali tecnici e ispirazionali, eventi di orientamento professionale, modelli ragionati di CV attraenti.

Possiamo davvero appartenere a un modello o seguire delle istruzioni universali per proporre la nostra unica professionalità?

Saper-fare la differenza per noi stessi

Cosa ci muove? Tutto fa parte del modo in cui ci relazioniamo al lavoro come singoli individui e professionisti.

Se ognuno di noi ha un vissuto, una modalità di agire, un’aspettativa, una o molte necessità, non è forse anacronistico pensare di:

  • mandare lo stesso CV a più aziende
  • rendere CV e profilo professionale una fotocopia l’uno dell’altro
  • scrivere lo stesso messaggio di accompagnamento indirizzandolo a persone diverse.

Come è possibile allora fare la differenza per gli altri, se non progettiamo il nostro saper fare la differenza per noi stessi?

Il valore della personale diversità è proprio quello su cui dobbiamo concentrarci per il nostro progetto professionale. Ciò che ci rende unici.

La proposizione di valore

Citando Federico Badaloni “il primo atto della progettazione funzionale, il più importante, è definire la funzione principale di un sistema. È il motivo per cui esiste, ciò che nel marketing si chiama la proposizione di valore (F. Badaloni, Progettazione Funzionale, 2020).

La nostra proposizione di valore definirà la nostra capacità attrattiva sul mercato (sistema) e la sua progettazione sarà il driver che attiverà l’interesse di chi potrà offrirci delle opportunità.

Come si delinea una proposizione personale di valore?

Non ci sono istruzioni valide per tutti, ma ragionevoli basi di partenza:

  1. Definisci i tuoi punti di forza, poniti domande e chiedi molti feedback sul tuo operato: che tipo di progetto ti ha fatto sentire realizzato? Perché questo progetto ha avuto successo? Che impatto professionale e personale ha generato? Da cosa, quindi, puoi partire per fare delle riflessioni?
  2. Metti a punto una forma tangibile di questi touchpoint di personal branding (pubblicazioni, portfolio, raccolta di contenuti a nostra firma che raccontino in modo intrinseco o estrinseco le competenze, project work, interventi) per poterli comunicare con strategia.
  3. Identifica il target di riferimento: chi sono i tuoi stakeholder?
    Chi tra i potenziali interlocutori avrebbe interesse a interagire con la tua professionalità e perché dovrebbero farlo? Cosa puoi dire/fare oggi di interessante per te e per loro?
  4. Costruisci lavorando con costanza alle relazioni professionali, creando e restituendo valore. Dedica del tempo al confronto extra lavorativo tra colleghi (clienti o fornitori), o prefissati di conoscere a cadenza regolare qualcuno di nuovo del tuo network professionale: questo è un ottimo inizio.
  5. Predisponiti a lavorare a questi punti con umiltà, a cambiare idea se è utile, a tornare indietro per tirare le fila e guardare tutto da un’altra prospettiva per modificare le tue premesse.

Considerare la tua capacità attrattiva di potenziale candidato, come qualcosa a cui puoi dare forma e sviluppare nel tempo, e non solo nel momento in cui cerchi attivamente lavoro, è un cambio di mindset necessario.

Non solo reskilling e upskilling, ma capacità di innovare

Progettare la ricerca di una nuova opportunità, qualsiasi sia la dimensione in cui lo si fa — imprenditoriale o organizzativa — diventerà un atto di intrapreneurship e innovability allo stesso tempo.

Questo vorrà dire collocarsi in un percorso non necessariamente lineare:

  • lavoro 1 » stipendio 1 » soddisfazione 1 ; e a seguire 
  • lavoro 2 » stipendio 2 » soddisfazione 2

ma avvicinarci più a una dimensione orizzontale e culturalmente ricca di input, e farlo anche in assenza della leva motivazionale della ricerca del lavoro nel qui e ora.

Mentre svolgo la mia attività professionale, parto proprio da quello che mi sta appassionando di più, per mettermi nelle condizioni di acquisire competenze diverse, più approfondite, più hard o più soft. Non mi muovo in un perimetro limitato, ma cerco di capire dove va il mercato e cosa posso fare io — con quel che sono ma soprattutto con quel che posso ancora diventare — per contribuire al suo sviluppo.

L’intraprendenza e la propensione alla progettualità faranno diventare quella che oggi è la ricerca di un lavoro, una vera apertura al nuovo: all’altro e agli altri, alla conoscenza, alla curiosità, all’aggiornamento come fonte di crescita personale.

Una competenza rispolverata e riallineata con i tempi, il confronto con una community professionale, saranno prima di tutto un regalo che facciamo a noi stessi. 

Concepire tutto questo come un divenire aperto a molte possibilità diverse, ci porterà in modo naturale a sviluppare la capacità di innovare, fino a farcene sentire il bisogno. Innovare noi stessi ci metterà nelle condizioni di evolvere il nostro modo di relazionarci al lavoro come un qualcosa che muta nel tempo.

Oggi non siamo le stesse persone di ieri: perché non dovremmo avere qualcosa di nuovo da dare o ricevere? Quali valori stiamo prototipando nella nostra employability-experience?

La misura dell’employability

La complessità non riguarda solo la quantità di tempo e risorse che occorreranno per realizzare un sistema, ma anche l’impegno necessario alla sua manutenzione nel tempo. (F. Badaloni, Progettazione funzionale, 2020).

A favorire lo spessore, il colore, la densità di questa employability (la capacità di rendersi professionisti interessanti nel corso del tempo, proporzionalmente al livello di anzianità professionale e competenze acquisite) sono chiamate tanto le aziende quanto i candidati.

Se per le prime, rendere le proprie persone competenti e competitive nel mercato del lavoro, costituirà una leva di attraction ma anche di business — chi non vorrebbe che i propri collaboratori fossero aggiornati e sempre un passo avanti, per contribuire alla crescita dell’azienda? -, i candidati che si percepiscono come tali, avranno sempre quella vocazione naturale alla crescita professionale.

Progettare, lo dice la parola stessa, dal latino proiectare, significa ‘gettare avanti’. Ecco perché se è necessario stabilire un orizzonte temporale per i propri obiettivi (“vorrei cambiare lavoro entro 6 mesi”), è altrettanto importante mantenere il valore della nostra occupabilità nel corso del tempo, in modo costante.

Liberare il potenziale

Percepire ogni miglioramento come un nuovo punto di partenza è una nuova visione di sé, che inizia, e non si limita, alla ricerca di nuove opportunità ma investiga il proprio potenziale e cerca frequenti contesti per liberarlo.

Per dirla con le parole dei Moretti: è a partire da questa nostra essenza che siamo in grado di dispiegare compiutamente la nostra umanità, di affermare la nostra dignità.
Il valore del lavoro è insieme la nostra identità e il nostro destino, che si manifestano con tutta la loro forza ogni qual volta riusciamo a mettere, nelle cose che facciamo la testa (il sapere), le mani (il saper fare) e il cuore (l’amore per quello che facciamo).


Bibliografia

  • Federico Badaloni (2020), Progettazione funzionale: Design collaborativo per prodotti e servizi digitali
  • Luca e Vincenzo Moretti (2020), Il lavoro ben fatto — Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo, 2020

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