Parresia, design e democrazie. Il coraggio di scavare sotto la superficie

Parresia — “parlare franco”— e design: cos’hanno in comune? Come si integrano in un contesto democratico una virtù antica (e dimenticata) e la progettazione di prodotti e servizi? Qual è l’atteggiamento di chi si muove tra teoria e prassi per gettare luce su un presente che ha bisogno di essere progettato dalle persone per le persone?

Foto di una statua di una persona in atto meditativo con l’aggiunta di una vignetta con scritto “Mi ha chiesto di fare il logo più grande”

A cosa stai pensando, designer? (Credits: Miriam Pattini)

Che c’azzecca il design con la pratica filosofica della parresia? Domanda legittima, risposta che provo a legittimare.

Iniziamo dall’inizio, dunque, e andiamo avanti finché non arriviamo alla fine, come in Alice nel Paese delle Meraviglie. Partiamo dalla definizione: parresia (accento sulla i, come democrazia), dal greco pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto), significa “libertà di dire tutto”. Traduzioni meno letterali, con implicazioni decisamente più interessanti, sono “parlare con franchezza”, “parlare chiaro”, “libertà di parola”, “coraggio di dire la verità”.

Le spinte a scrivere di questi puntini apparentemente scollegati proviene, intanto, dalla necessità di mettere ordine nei miei pensieri: trovare delle affinità tra un atteggiamento di vita e una condotta di lavoro. Poi, perché c’è un filosofo, Michel Foucault, che sulla parresia ha tenuto diverse lezioni universitarie. Tutto mi porta a credere che fosse un designer, vista la sua spiccata propensione a indossare maglioni a collo alto (non sempre neri, ahimé), a chiedere perché e rispondere dipende.

La parresia secondo Michel Foucault

Foucault si è interessato alla parresia negli ultimi anni della sua vita. Ne ha parlato, in particolare, durante due famose lezioni (le sue ultime due lezioni) al Collège de France nel 1983 e nel 1984, e anche durante una conferenza tenuta all’Università di Berkeley, sempre nel 1983¹.

In Discorso e verità sulla Grecia antica, Foucault descrive così la parresia:

La parresia è un tipo di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, un certo tipo di relazione con sé stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o critica di altre persone), e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la parresia è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità, e rischia la propria vita perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o sé stesso) a vivere meglio. Nella parresia il parlante fa uso della libertà, e sceglie di parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione, il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale².

Affinità e divergenze tra Platone (parresiastes) e noi (designer)

Immaginiamo un Platone che, consigliere del tiranno di Siracusa Dionisio, gli dice che la tirannide non è una bella cosa e viene ridotto in schiavitù perché ha osato sfidare il potere proprio a corte, lì dove le persone fanno di tutto per compiacere il potente. Ecco, Platone in questo caso è un parresiastes, uno che pratica la parresia. Perché dicendo la verità al potente, in una posizione di svantaggio rispetto a lui, sa che corre un rischio, sa che può perdere la vita. Ma ha il dovere morale di dire ciò che pensa, perché ciò che pensa è vero, ciò che pensa è giusto per la città, anche se al tiranno non piace perché mette in discussione il suo potere, la sua giustezza, la sua autorità.

Quadro “La scuola di Atene” di Raffaello con vignette che ipotizzano un dialogo tra Platone che dice “Una cosa mi sono permesso di fargli notare e quello mi ha cacciato” e Socrate che risponde “Aspetta: mi stai dicendo che è successo di nuovo?”

Probabile dialogo tra Platone e Aristotele nella Scuola di Atene. (Credits: Miriam Pattini)

Platone ha un talento parresiastico, padroneggia il logos (termine ombrello che vuol dire al tempo stesso: ragione, parola, discorso) e indica con franchezza la verità al tiranno. Cerca di persuaderlo ragionevolmente e con gentilezza che quella verità che gli sta presentando è giusta perché il filosofo stesso intrattiene un rapporto profondo, autentico con quella verità. D’altronde, perché mai sarebbe stato chiamato alla corte di Siracusa come consulente, se non avesse avuto un curriculum da paura e una certa esperienza in materia di affari umani?

«La vita filosofica deve essere, da cima a fondo, la manifestazione di questa verità: per il tipo di esistenza che si conduce, per l’insieme delle scelte che si fanno, per le cose a cui si rinuncia, per quelle che si accettano, per la maniera di vestirsi, per il modo di parlare»³. Immaginiamo pure Platone con un maglione nero a collo alto, mentre fa da consulente a Dionisio, se questo ci aiuta.

Il parallelo tra parresiastes e designer comincia a farsi, forse, più evidente: la parresia è la dimestichezza nell’usare il linguaggio (ma non per approfittarsi di chi non ne ha), nel padroneggiare tecniche di indagine che mostrano una certa verità e nel coraggio di pronunciare certe frasi. La parresia predilige il dialogo, il confronto tra persone con diverse posizioni ed esperienze: tra queste persone ce n’è una con un certo ascendente, una che può “guidare” il gioco grazie a esperienza sul campo, virtù morali e spiccata capacità di osservazione e ascolto.

Nel gioco parresiastico, però, ci deve essere accordo sulle regole: si costruisce qualcosa di buono solo se possono giocare più persone possibili, anche se si trovano in posizioni sociali e di potere differenti. E il tiranno deve stare al gioco: se riduce il parresiastes in prigionia solo perché questo, al momento opportuno, ha preso possesso della palla, il gioco finisce.

Chi pratica la parresia e chi fa design, dunque, condividono qualcosa che ha a che fare con l’assunzione di un rischio all’interno di un contesto politico (inteso come politiké, che attiene alla città) in cui agiscono persone. Entrambi i “ruoli” hanno a che fare con le relazioni tra persone, con i contesti sociali, con la vita politica e con una coraggiosa attitudine ad affrontare la complessità per restituire un senso al mondo.

E allora, per facilitare l’individuazione di altri puntini che compongono il quadro generale, può aiutarci una tabella di confronto che delinea affinità e divergenze tra le due figure.

Tabella enunciante le similitudini tra parresiastes e designer

Parresiastes e designer: coincidenze? Noi di Voyager crediamo di no! (Credits: Miriam Pattini)

La parresia è un modo di fare: una propensione all’indagine, una predisposizione a farsi carico di dire alla comunità la verità su sé stessa. È, se vogliamo, coscienza della propria collocazione: un rapporto con lo spazio politico e sociale che si occupa in relazione a quello che occupano gli altri e le altre, una pratica che fa circolare democrazia.

È un’attitudine, una maniera di fare, una maniera di essere, apparentata con la virtù: è un insieme di procedimenti e mezzi in vista di un fine e in questo senso, certamente, essa [la parresia] ha che fare con la tecnica; ma è anche un ruolo utile, prezioso, indispensabile per la città e per gli individui⁴.

Democrazie di ieri e oggi: impegnarsi a rischiare

Franchezza, coraggio, tecnica, esperienza, attitudine all’ascolto e al dialogo, dimestichezza con il linguaggio, aspirazione a lasciare qualcosa di buono per le persone, per tutte le persone, in un contesto che sia il più democratico possibile.

Ma nella Grecia antica il concetto di democrazia era decisamente povero: potevano partecipare alla vita pubblica e votare in assemblea solo i cittadini ateniesi di sesso maschile, quindi un numero davvero ristretto di persone. Persone di sesso femminile (anche quelle discendenti da cittadini ateniesi), immigrate e schiave (c’era anche la schiavitù in questa bizzarra democrazia) erano escluse di default. Un triste parallelo con l’attualità viene spontaneo farlo, così come viene da pensare che le radici della nostra Europa non siano così nobili come tendiamo a credere.

La democrazia ci dà molto da fare. Ha bisogno di essere alimentata da buone pratiche personali e collettive per essere difesa, migliorata, per non inaridirsi. La democrazia ha bisogno di coraggio, di franchezza, di persone capaci di progettare il nostro futuro, gli ambienti in cui viviamo e interagiamo, le interfacce che utilizziamo, le politiche e le economie che ci sostengono. La progettazione, in democrazia, è una pratica conflittuale, faticosa, rischiosa e che ha nel compromesso il suo contraltare. Chi fa design vive il peso della responsabilità di scegliere tra il cambiamento e il mantenimento, di progettare in un delicato contesto che è il frutto della convivenza tra esigenze della committenza, bisogni delle persone, sistemi produttivi, marketing, bias e relazioni politiche.

Esistono progettazioni che possono evitare di correre rischi? Il compromesso evita il rischio, ma disimpegnarci dal rischio dove ci porta? La parresia, per noi che progettiamo, è al tempo stesso una minaccia e un’aspirazione. È una minaccia perché ci espone; è un’aspirazione perché, esponendoci, ci offre una vista privilegiata.

Tornando a Michel Foucault: egli traccia, inoltre, una specie di anatomia della parresia e la descrive come un rettangolo⁵, i cui vertici sono le quattro condizioni materiali e sostanziali affinché il discorso parresiastico sussista.

Condizione formale: la democrazia. Condizione di fatto: l’ascendente e la superiorità di alcuni. Condizione di verità: la necessità di un logos ragionevole. Infine condizione morale: il coraggio, il coraggio della lotta. La parresia, credo, è costituita da questo rettangolo, con il vertice costituzionale, il vertice del gioco politico, il vertice della verità, il vertice del coraggio⁶.

Rappresentazione grafica del rettangolo rappresentante la parresia secondo Foucault

Anatomia della parresia secondo Michel Foucault: la buona parresia sta nel tenere tutto questo insieme. (Credits: Miriam Pattini)

La buona parresia è quella che si realizza quando c’è un equilibrio tra i quattro vertici del rettangolo: comunione d’interessi e partecipazione democratica ai “tavoli” di discussione, pensiero progettuale onesto e veritiero, capacità e coraggio di esporre questo pensiero per renderlo comprensibile, usabile, umano.

C’è una buona parresia e una cattiva parresia, così come c’è un buon design e un cattivo design: ci sono principi e pratiche che contraddistinguono modi giusti di vedere la vita e di progettare prodotti e servizi che garantiscono buone esperienze. Un buon design, così come una buona parresia, è quello che ascolta, si espone dicendo con franchezza la verità, si assume dei rischi nell’interesse collettivo. Solo così, credo, diventa un design utile alle persone.

Con questo approccio al design, probabilmente, possono prosperare democrazie davvero inclusive e forti.

Cosa si nasconde sotto la superficie?

Giunta alla fine di questo ragionamento arzigogolato, non resta che provare a tirare le somme. Azzardo una chiusa davvero pindarica e provo a immaginare un design parresiastico, un’evoluzione possibile di un’antica pratica filosofica in un mondo contemporaneo che ha tanto bisogno di essere progettato e riprogettato.

Il design come evoluzione della parresia pare essere quindi un approccio responsabile alla complessità del mondo, con tutti i suoi fertili disaccordi, con tutta la difficoltà di praticare relazioni e di trovare punti d’incontro sensati. Il design parresiastico come indagine continua sotto la superficie delle cose, come saper fare vigile e critico capace di rompere, insorgere, tracciare in modo nuovo e utile i paradigmi politici, sociali, economici, digitali, ambientali.

Ogni giorno, chi fa design si sveglia e sa che coraggiosamente dovrà indagare sotto la superficie delle cose per rendere questo mondo più democratico e inclusivo, ma sa anche che dovrà assumersi la responsabilità di riemergere dal basso per progettare risposte.

La filosofia come superficie d’emergenza di un’attualità, come interrogazione sul senso filosofico dell’attualità a cui il filosofo stesso appartiene, come interrogazione, da parte del filosofo, di questo “noi” al quale appartiene e in rapporto al quale deve situarsi: è questo, mi sembra, che caratterizza la filosofia come discorso della modernità, come discorso sulla modernità⁷.

Provate a sostituire le parole “filosofia” con “design” e “filosofo” con “designer”: non sembra anche a voi che la frase abbia comunque senso?


Note

  1. M. Foucault, Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982–1983), trad. it. M. Galzinga, Feltrinelli, Milano, 2009; M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri II. Corso al Collège de France (1984), trad. it. M. Galzinga, Feltrinelli, Milano, 2011; M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, trad. it. A. Galeotti, Donzelli editore, Roma, 2019.
  2. M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, cit., pp. 9–10.
  3. M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri II, cit., pp. 326–327.
  4. M. Foucault, Ivi, p. 26.
  5. M. Foucault, Il governo di sé e degli altri, cit., pp. 167–180.
  6. Ivi, p. 169.
  7. Ivi, pp. 22–23.

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