Progettazione, emozioni e Patafix

Oltre alle tassonomie c’è di più? Cosa hanno in comune un architettǝ dell’informazione e le gommine di colla fissa tutto?

Nel webinar di lunedì 26 aprile Alessia Musi, information architect e digital strategist freelance, ha condiviso con noi la sua riflessione sul ruolo delle emozioni nella progettazione. Abbiamo parlato 

  • delle emozioni “tutte nostre”, 
  • di quelle che proviamo nel qui e ora, 
  • di cosa prova il nostro cliente emozionato, 
  • di cosa fa battere il cuore – e dà tormento – a noi architetti, anche quando non lo diciamo a nessuno. 

La registrazione completa del talk è disponibile per le nostre socie e i nostri soci nell’area riservata del sito

Una questione di cuore: l’emotività nel processo di design

Una volta erano necessarie per sopravvivere, oggi le emozioni ci servono da guida per indirizzarci nelle scelte

Un aspetto tipico delle emozioni è la simultaneità con cui si manifestano nel corpo e nella mente di una persona. “È molto difficile provare una sola emozione alla volta”, ci fa notare Alessia. Infatti, alla domanda “Cosa provo ora?” che ha aperto il webinar, alcuni di noi hanno dato più di una risposta: curiosità e interesse per l’argomento dell’incontro, ma anche stanchezza e noia per i fastidi di una giornata pesante, male alle gambe e sonno. 

Un aspetto che è utile tenere a mente quando si lavora in gruppo: in ballo non ci sono mai solo le emozioni strettamente legate al progetto e nel team ognuno arriva in riunione o al workshop con il proprio bagaglio pregresso. 

Post-it ed emozioni nella board Mural compilata dai partecipanti al talk.

Ci sono poi le emozioni “tutte nostre”, quelle che ci caratterizzano di più e che nella nostra mente cataloghiamo, a volte, con i termini più disparati. Un designer prova spesso ad esempio “il senso di pace” di fronte ad un’architettura ben strutturata “con tutti i pezzi al loro posto”. 

“io mi emoziono anche di fronte a una funzionalità furba, intelligente. Come la lista dei desideri di Amazon, che ne ha una pubblica ma anche una privata. O il Salva per dopo, quando hai già messo un articolo nel carrello, ma ti viene data la possibilità di procrastinare l’acquisto”. 

Un framework per riconoscere le emozioni e per superarle

“Se a un’emozione ho dato un nome la riconosco, se la riconosco posso fare in modo di evitarla, oppure arginarla”. Vale anche per le emozioni che emergono durante il processo di progettazione con il cliente, dall’analisi del contesto alle attività collaborative per l’organizzazione dei contenuti. 

Dalla sua esperienza Alessia ha ricavato uno schema che le cataloga, frutto di un’osservazione a più livelli di ogni persona coinvolta nel lavoro: 

  • il ruolo,
  • gli obiettivi,
  • le relazioni con gli altri,
  • le competenze,
  • il non detto.

Riconoscere le emozioni che si manifestano, positive e negative, rende pronti a superarle con un comportamento che ristabilisce un equilibrio proficuo, perché aiuta a distinguere cosa è davvero importante da cosa invece lo sembra e basta. “Mi seguono tutti fiduciosi? Non monopolizzo la conversazione. Vanno tutti contro X? Evidenzio le sue competenze”. 

“Il Patafix siamo noi. Siamo duttili quando serve. Fissiamo e spostiamo all’infinito, senza mai mettere il chiodo. Siamo parte della composizione, ma invisibili”.

Il dipinto che accontenterebbe tutti gli americani, ovvero Komar & Melamid, America’s Most Wanted, 1994.
Credits Artsy.net, This is America’s most wanted painting.

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