Verso una design critique per l’AI

Prima tappa di un dialogo aperto con Andrea Resmini. Il tema? Un format di design critique incentrato sull’architettura dell’informazione.

Nel webinar di lunedì 7 giugno abbiamo incontrato Andrea Resmini per parlare di design critique e architettura dell’informazione e gettare le basi di una riflessione sul tema.

Riflessione che prova a rispondere a queste domande:

  • Che struttura, che paletti dobbiamo prevedere per avere una critica dell’architettura dell’informazione che sia non solo buona, ma anche identificabile e utile sul lungo periodo? 
  • Come iniziare a definire un framework condiviso di critica dell’architettura dell’informazione? In che modo impostarlo insieme?

Per design critique intendiamo il processo di

[quote] “analyzing a design, and giving feedback on whether it meets its objectives”

[per sito: author] Nielsen Norman Group

Analisi, feedback e obiettivi: chi progetta mettendo al centro le persone conosce il valore dell’analisi e delle critiche costruttive, imprescindibili per valutare e migliorare un progetto. E fare design critique significa proprio che un gruppo di persone si riunisce con agenda e obiettivi chiari per raccogliere feedback e individuare i miglioramenti possibili su un lavoro di design, e non semplicemente darne un giudizio. 

A chi si occupa di architettura dell’informazione oggi, non solo in Italia, manca però una metodologia specifica, un modello condiviso da usare sia per avviare confronti costruttivi sui progetti, approcci, definizioni, sia per affrontare un’analisi della disciplina dal punto di vista storico. 

Credits: NNgroup.com

Da dove iniziare: l’oggetto di una “IA critique” 

“Esiste una design critique che facciamo mentre progettiamo: fa parte del ricevere feedback e critiche sul lavoro presentato, all’interno del team e con il cliente” dice Andrea. “Dovrebbe poi esistere un secondo livello di critica all’architettura dell’informazione, simile a quelle che hanno discipline come l’arte, l’architettura, il design di prodotto. Ne esisterebbe poi un terzo: una design critique della disciplina in quanto oggetto culturale”.

“Strutturare la critica al primo e secondo livello è più complicato di quanto sembra: è molto difficile cercare di capire se un progetto sia interessante e rilevante, oltre che buono, dove per buono intendiamo un lavoro di architettura dell’informazione che fa ciò che deve fare”.

Il primo passo per la design critique di un’architettura dell’informazione è stabilire cosa andare a valutare, cioè definire l’ambito e i punti fermi dell’analisi.

“Noi abbiamo delle euristiche che arrivano da diversi momenti dell’architettura dell’informazione. In una sessione di AI critique potremmo applicarle a rovescio, ovvero usarle post facto per verificare se quello che stiamo facendo corrisponde alle regole e linee guida che le euristiche esprimono”.

Oggetto dell’analisi potrebbe essere anche l’applicazione delle primitive, delle regole che derivano dal modo in cui facciamo conoscenza dei componenti di un ambiente, degli elementi informativi e delle relazioni tra questi, secondo la teoria della embodied cognition. “Siccome la nostra conoscenza del mondo parte dal corpo, è embodied, in architettura dell’informazione applichiamo principi come prossimità, chiusura, annidamento e relazione semantica tra i componenti (nesting), separazione”.

Oltre a questi primi punti fermi, insieme ad Andrea e ai partecipanti al webinar abbiamo stilato una lista di altri criteri e domande per valutare la bontà di un progetto di architettura dell’informazione. Questi sono:

  • l’efficienza del sistema informativo,
  • l’ordine e la disposizione degli elementi,
  • la riconoscibilità delle informazioni,
  • l’immediatezza con cui vengono percepite e comprese,
  • l’artefatto informativo tiene conto di cosa devono fare le persone?
  • il progetto risponde ai molteplici obiettivi e modelli mentali degli utenti?

Dal web all’ambiente fisico: è tutta IA

“Ai suoi albori l’architettura dell’informazione era interamente dedicata ai siti web. Oggi è pervasiva: facciamo siti web – che non sono più gli stessi del 1990 – e abbiamo anche altro: la fisicità”. 

L’architettura dell’informazione è applicabile anche al contesto fisico, che come il digitale viene trattato come ambiente informativo, del quale si utilizzano proprietà come forma, separazione, lontananza, altezza. Tutti elementi che contribuiscono a progettare l’esperienza del contenuto informativo.

“Un progetto esemplare in questo senso è quello del Vietnam Veterans memorial, il monumento che celebra i soldati americani morti durante la guerra del Vietnam. Sulla superficie della lastra, l’organizzazione dei nomi dei caduti, per scelta dell’architetta Maya Lin, non segue il classico criterio alfabetico, bensì quello temporale. I gruppi di nomi sono organizzati per anno di morte all’interno di uno spazio che prende la forma di un triangolo a V rovesciata. Il vertice superiore della lastra corrisponde quindi al picco di numero di morti e allo stesso tempo agli anni centrali della guerra. Così l’architettura dei nomi utilizza le proprietà fisiche della lastra per trasmettere un significato (le relazioni tra soldati che hanno combattuto insieme, e tra questi e gli anni della guerra) e definire l’esperienza di chi attraverserà quello spazio”. 

Design e layout della parete del Vietnam Veterans memorial. Credits: Vietnam Veterans memorial fund

Oltre il primo livello: domande per l’AI critique 

Ci siamo salutati con il proposito di incontrarci nuovamente con dei progetti d’esempio alla mano sui quali fare AI critique “senza inibizioni”. 

E con un paio di domande interessanti su cui riflettere. 

La prima sposta l’attenzione sull’etica del fare design: “Dopo aver definito cosa le persone devono e possono fare all’interno dell’ambiente informativo, in che modo assicurarsi di non aver progettato un’AI nociva?”.

La seconda cala la disciplina dell’architettura dell’informazione nel contesto dei cambiamenti socio culturali “che sono l’elefante nella stanza del nostro tempo. Tutti i numi tutelari della disciplina, soprattutto in America, hanno sposato la frontiera delle nuove leve, che più delle vecchie guardie hanno a cuore i temi di fluidità di genere e giustizia sociale. Il fatto che anche professionisti relativamente vecchi si facciano carico di esigenze di generazioni che vengono dopo è un aspetto che andrebbe criticamente affrontato”. La domanda è: “Qual è il ruolo di una disciplina interessata all’organizzazione, alla categorizzazione, agli ordini spaziali e linguistici, di fronte alla spinta ad abbattere certi ordini?”

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